“A Ciambra, film che divide”. Intervista al regista Carpignano

A Ciambra, ambientato a Gioia Tauro, è stato selezionato per rappresentare l’Italia agli Oscar. Storia di una comunità rom e di un bambino cresciuto troppo in fretta

Il suo telefono non gli dà tregua. “Forse solo quando smetteranno di chiamarmi riuscirò a rendermi conto di quello che sta succedendo”. Jonas Carpignano è stato selezionato per rappresentare l’Italia agli Oscar col suo film A Ciambra, a dicembre la decisione finale. Trentatré anni, padre italiano e madre afro-americana, ha vissuto tra Roma e New York e da sette si è trasferito a Gioia Tauro, in Calabria, dove è ambientato questo nuovo lungometraggio che porta il nome del quartiere in cui vive da anni una comunità rom. Al centro del film, le peripezie del piccolo Pio Amato, bambino già adulto, che già compariva in A Chjana, cortometraggio sulla rivolta degli immigrati a Rosarno, e in Mediterranea, primo lungometraggio di Carpignano. A Ciambra vanta un produttore esecutivo come Martin Scorsese e ha già conquistato il premio Europa Label al Festival di Cannes.

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Jonas Carpignano (a sinistra) nel quartiere della Ciambra

Come hanno reagito i rom della Ciambra alla notizia della selezione

del film per gli Oscar?

“La loro reazione è stata molto divertente. All’inizio la sfida è stata di convincerli e di spiegare loro che la candidatura è una cosa importante, perché per loro era difficile capire cosa volesse dire per il film. Ora sono molto contenti e stanno studiando cosa sono gli Oscar”.

In questo clima di intolleranza razziale, il tuo film ha anche un valore politico. La tua candidatura ha anche suscitato qualche polemica, che ne pensi?

“Ovviamente un film che cerca di raccontare una realtà del genere può dividere il pubblico, perché non tutti hanno voglia di avvicinarsi a un mondo così e capire come vivono i rom. È un film che non può piacere a tutti, però sono contento che ci siano persone che hanno voglia di passare due ore guardandolo ed entrando in qualche modo in questa comunità. Ho fatto il film per queste persone”.

Il meticciato culturale fa parte delle tue origini, che influenza ha avuto nella tua formazione personale e di artista?

“Sono cresciuto tra due realtà: in una comunità afroamericana del Bronx e con la mia famiglia qui in Italia. Vivendo tra Roma e New York, sono sempre stato molto aperto e molto disponibile a osservare una comunità non solo da dentro ma anche da altri punti di vista. Sondare e approfondire altre comunità è un approccio che mi appartiene. Per quanto riguarda la formazione artistica, sono cresciuto a pane, olio e neorealismo. Mio nonno era un regista di caroselli ed era un grande appassionato del cinema italiano, mi sento molto vicino alla tradizione cinematografica italiana e per me l’unico modo di lavorare era di tornare in Italia”.

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Una scena del film

Come hai convinto Scorsese a produrti A Ciambra?

“Vivo a Gioia Tauro da sette anni e ho raccolto una marea di foto, ho mandato a Scorsese la sceneggiatura e un foto-racconto coi personaggi e i luoghi del film. Lui ha subito deciso di produrlo”.

A che punto sei con A Chiara, il tuo prossimo film?

“Sono all’inizio. Avrei voluto tornare subito a Gioia Tauro e mettermi a scrivere la sceneggiatura ma ora, dopo questa bella notizia, continuerò a girare per promuovere A Ciambra e dovrò sospendere per un po’ i lavori. È un film che racconta la storia di una ragazza italiana e della sua famiglia e il legame che lei ha con la propria città, Gioia Tauro”.

Finanziato dal bando Lu.Ca., accordo tra le film commission di Basilicata e Calabria (e fortemente voluto dai rispettivi presidenti, Paride Leporace e Pino Citrigno), A Ciambra è stato proiettato in anteprima nazionale a Gioia Tauro il 19 agosto, poi è uscito in sala il 31. Un periodo dell’anno poco favorevole. Dopo la selezione per gli Oscar, tornerà in sala.

Simona Negrelli

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