Femminicidio o delitto d’onore? Il caso di Sara di Pietrantonio

Femminicidio o delitto d’onore? Il ragazzo che pedina la ex grazie a un’app dello smartphone e poi la cosparge di benzina e le dà fuoco sembra il paradigma di una società tecno-tribale in cui si corre per tenere il passo con le nuove tecnologie mentre si resta intrappolati in una mentalità primitiva. Il tutto, tra l’altro, avvenuto al cospetto di una sorta di feticcio contemporaneo: le videocamere di sorveglianza, quelle che hanno registrato non solo l’orrida esecuzione della povera Sara Di Pietrantonio, studentessa romana di 22 anni, ma anche l’indifferenza dei passanti, sostituendosi in qualche modo a inquirenti, cronisti, e persino alla coscienza civile (e poco importa se le prime immagini di queste registrazioni diffuse dai media sono poco più di qualche macchia luminosa).

Femminicidio

Sara Di Pietrantonio

L’ennesima uccisione di una donna da parte di un ex, un fidanzato o un marito è un femminicidio, piaccia o no a chi al solo sentire la parola viene colto da orticaria. Il termine, per quanto suoni maledettamente male, è presente nei vocabolari italiani, a indicare i delitti sistematici contro le donne “per perpetuarne la subordinazione” (cit. Devoto-Oli). I casi come questo di Sara Di Pietrantonio (ma con le stesse modalità è stata uccisa nel 2013 Fabiana Luzzi a Corigliano e qualche mese fa una sorte analoga è toccata a Carla Caiazzo, aggredita e data alle fiamme dal suo ex fidanzato a Pozzuoli, riuscendo però a sopravvivere) evidenziano anzitutto un problema culturale, trasversale a ogni territorio e ceto sociale.
Nonostante il delitto d’onore sia stato abolito in Italia nel 1981, c’è ancora chi ritiene di dover punire con la morte un abbandono o un tradimento, vissuti come un affronto alla propria reputazione. Le leggi, che pure sono state modificate e inasprite, da sole non bastano. E per il cambiamento di una mentalità, quella sì disonorevole, servono investimenti: nell’educazione scolastica e nei centri antiviolenza, come previsto, tra l’altro, dalla Convenzione di Istanbul, adottata dal Consiglio d’Europa nel 2011 ed entrata in vigore, in Italia, nell’agosto 2014. Tre anni fa la deputata di Sel Celeste Costantino, di Reggio Calabria, aveva presentato una proposta di legge sull’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole, per insegnare a gestire le emozioni (cosa difficilissima anche per gli adulti), a destrutturare gli stereotipi, a risolvere i conflitti tra persone senza ricorrere alla violenza, ma non è stata ancora discussa. Per questo ha lanciato una petizione su Change.org rivolta al presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Il femminicidio è un problema culturale, ma senza arrivare ai gesti estremi che hanno troncato la vita di Sara Di Pietrantonio, Fabiana Luzzi e le altre, esiste una mentalità retrograda in tutti i settori, nelle forze dell’ordine, che pure sono le prime a ricevere una denuncia o una richiesta di aiuto da parte di una donna in difficoltà, nei tribunali (vedi la sentenza che ha assolto un dirigente dell’Agenzia delle entrate dall’accusa di molestie sessuali alle dipendenti perché “immaturo”), nell’informazione. In questi giorni ho letto di tutto sulla morte di Sara, dal titolo di Libero sulla ragazza “arrostita”, ad articoli emotivi che si lasciavano andare al gioco del “se”: “se solo avesse denunciato”, “se solo si fosse confidata coi familiari”, “se solo avesse disattivato la funzione di localizzazione del telefonino”, mentre il suo aguzzino, Vincenzo Paduano, durante l’interrogatorio “ha pianto” e ora “ha paura”, quasi a colpevolizzare lei e giustificare lui.
Che si chiami femminicidio o delitto d’onore, la strada del cambiamento è ancora lunga e piena di ostacoli ma non impossibile.

Simona Negrelli

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