Giulio Cesare di Castellucci seduce il pubblico respingendolo

Il Giulio Cesare della Socìetas torna in scena al Teatro Auditorium dell’Unical e raffigura il potere e l’arte retorica con la sua carica disturbante.

Il potere è profondamente umano nella sua disumanità, esercitarlo è nella nostra natura, con la violenza (fisica e morale) che ne consegue. Questa è una delle contraddizioni di cui si nutre la vita, così come il teatro di Romeo Castellucci, che riporta in scena il suo Giulio Cesare, o almeno quel che ne resta dopo vent’anni di incubi da palcoscenico realizzati con la compagnia Socìetas Raffaello Sanzio (ma loro preferiscono chiamarsi solo Socìetas).

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Maurizio Cerasoli/Marcantonio (Foto di Guido Mencari)

Contraddizioni

Contraddittori siamo anche noi spettatori, che andiamo a vedere nuovamente lo spettacolo, pur sapendo che ci userà violenza. Che ci autoinfliggiamo questa punizione, per constatare se ancora ne resteremo disgustati, inquietati, disturbati. E così è, quest’opera sul potere e sulla violenza dell’arte retorica, andato in scena al Teatro Auditorium dell’Università della Calabria, ci seduce respingendoci, continua a esercitare un potere perverso su di noi. Che pure eravamo più preparati rispetto a vent’anni fa, quando le visioni estreme di Castellucci piombarono nel teatro Rendano di Cosenza, quello di tradizione, mettendo in fuga ignare signore impellicciate.

Giulio Cesare sezionato

Questo “intervento drammatico” – così viene definito in locandina – sulla tragedia shakespeariana recupera due parti dello spettacolo del ’97 e ne aggiunge una nuova. Da qui il titolo Giulio Cesare – pezzi staccati. Le stesse definizioni offerte dal regista e ideatore Castellucci offrono una traccia del procedimento eseguito. Più che decostruire la tragedia storica di Shakespeare, che descrive per potenti immagini l’assassinio di Cesare, all’apice del successo, per opera dei congiurati, Castellucci la seziona, la incide, come in un intervento chirurgico a cuore aperto, e ce ne mostra il sangue. E lo fa attraverso tre discorsi, restituiti come pure azioni meccaniche, estreme, violente.

La voce esaltata e negata

Quello pronunciato dal ciabattino nel primo atto viene trasformato in una cruenta indagine endoscopica delle corde vocali. Un personaggio di nome vskji (“Come la parte finale di Stanislavskji o Grotovskji, qualcuno che ha a che fare col teatro e che scappa”, spiega lo stesso regista durante un incontro col pubblico), interpretato da Sergio Scarlatella, si inserisce un sondino nel naso e lo fa arrivare in gola, proiettandone le immagini su un grande schermo alle sue spalle. Immagini che “richiamano visivamente i genitali femminili”, spiega ancora Castellucci. Il discorso di Marcantonio diventa lo straziante sforzo (anche per i vistosi vuoti di memoria) di un laringectomizzato (Maurizio Cerasoli) e quello di Giulio Cesare (Gianni Plazzi) è invece muto, fatto solo di gesti che però producono un suono, come di vento. La voce viene esaltata, mutilata, quindi negata. Voci e suoni sono amplificati dai microfoni, a esaltarne la brutalità, a infondere inquietudine.

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Romeo Castellucci tra i docenti Unical Roberto De Gaetano e Carlo Fanelli

Corpi come sculture

Si impongono pure i corpi, che si stagliano come sculture su una scena tutta rivestita di teli bianchi, a rappresentarne il vuoto. Come quando i congiurati restano come paralizzati nell’atto di succhiare il latte dal seno posticcio di Cesare, alludendo al primigenio rapporto di potere, quello fra madre e figlio. Un’immagine, tra l’altro, che ricorda il ritratto che lo Spagnoletto fece a Maddalena Ventura, noto come Donna Barbuta, nell’atto di allattare il figlio. Al bianco e al vuoto si contrappone anche il rosso della tunica di Cesare e del sangue colante dal cuore che, dopo il delitto, porterà in mano e di cui si tingerà il volto Marcantonio.

Ieri e oggi

Non ci sono più le ragazze anoressiche, il nudo integrale del vecchio Cesare e l’ariete che deflora il sipario della messinscena del ’97 ma c’è un cavallo a intimorire il pubblico (seduto vicinissimo sul palco), a infastidirlo col suo odore e a indignarlo, pure, quando gli viene dipinta sul dorso, in vernice bianca, la scritta Mene Tekel Peres, cattivo presagio in aramaico contenuto nel discorso biblico del profeta Daniele. L’uso degli animali in scena, del resto, è una costante dei lavori della Socìetas. Non solo un tentativo di tornare alla tragedia delle origini e al capro del culto dionisiaco, ma anche quello di raggiungere una forma di lingua pura. Il cadavere di Cesare, poi, viene trascinato fuori scena da due attori (Francesco Aiello e Francesco Rizzo) facendo alzare alcuni spettatori, ulteriore elemento di disturbo.

La catarsi

Il risultato è uno spettacolo fortemente disturbante, che risponde perfettamente all’ideale di teatro della crudeltà teorizzato dal drammaturgo, attore e regista francese Artaud: un teatro che provochi nel pubblico un disagio tale da innescare un’autentica catarsi, la purificazione dalle proprie passioni. Così, usciamo dalla visione del Giulio Cesare feriti e contenti.

Simona Negrelli

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