Il Codex di Rossano torna a casa a raccontare le sue storie

Quante storie contiene il Codex, libro sacro illustrato di oltre 1.500 anni fa, uno dei più antichi del mondo.

Storie intrecciate e stratificate l’una sull’altra, anche se spesso sconosciute. Immaginate ad esempio dei monaci scappati dalla Siria, o dalla Palestina, per salvare se stessi e il volume dalle persecuzioni politiche e religiose, da quelli che volevano vietare il culto delle immagini. Un po’ come accade oggi quando l’Isis distrugge le sculture e i monumenti della cultura mediorientale. Insomma, immaginate questi profughi trovare rifugio in Calabria, ieri come oggi, corsi e ricorsi storici. È una delle ipotesi, la più suggestiva, formulata per ricostruire il percorso del Codice purpureo di Rossano, un manoscritto ritrovato nella cattedrale della città bizantina nel 1789. Perché, come sempre accade, è il mistero a rendere affascinante qualcosa, la parte mancante. Ma è la presenza a determinarne il valore. E il Codex c’è. È ritornato a casa, sulla costa jonica cosentina, dopo quattro anni di analisi e cure all’Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario del ministero dei Beni culturali, a Roma, ed è stato accolto con tutti gli onori che si addicono a un oggetto di grande pregio: storico, artistico, religioso, economico.

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Il Codex esposto al Museo diocesano di Rossano

Il contenuto.

È un testo bizantino del VI secolo dopo Cristo che contiene il Vangelo di Matteo e parte di quello di Marco, mentre sono andati perduti i Vangeli di Giovanni e Luca. I caratteri usati sono le lettere maiuscole del greco antico, realizzate in oro e argento, le 188 pagine, delle pergamene di pelle di pecora colorate di porpora, con lapislazzuli, contengono sedici miniature che illustrano scene della vita di Cristo e raffigurano i quattro evangelisti, in particolare Marco con Sofia, la sapienza. Dal 2 luglio sarà possibile ammirare questo gioiellino nel Museo diocesano di Rossano completamente rinnovato, con una sala tutta dedicata alla conservazione del libro, luci soffuse e temperatura che non superi i 18 gradi. E una serie di iniziative, fino al 3, farà da cornice.

Intanto, a dare il bentornato al volume, diventato patrimonio dell’Unesco, c’erano la direttrice dell’Icrpcal Maria Letizia Sebastiani, la restauratrice Maria Luisa Riccardi, Vittorio Sgarbi, personaggio televisivo e controverso neo assessore al centro storico di Cosenza, l’arcivescovo di Rossano-Cariati Giuseppe Satriano, il sindaco Mascaro.

Le analisi.

Sono le donne del laboratorio di restauro (il recupero del Codex è stato un lavoro quasi tutto al femminile) a illustrare il risultato degli studi e delle analisi sul volume. Tutte informazioni che saranno pubblicate in un libro il prossimo ottobre. Innanzitutto, la porpora, la sostanza che colora di rosso le pagine, non è di origine animale, come quella che tinge gli altri sette esemplari di codici purpurei esistenti al mondo, ma vegetale. Non è estratta dai molluschi o dalle cocciniglie ma da una pianta, un lichene chiamato oricello. Sono stati analizzati anche gli altri materiali coloranti e la lacca di sambuco, ad esempio, non era mai stata utilizzata in un manoscritto così antico. L’analisi dei colori ha anche confermato che la miniatura dell’evangelista Marco con Sofia appartiene al codice e non è di epoca posteriore come si supponeva.

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Il Codex al laboratorio di restauro (Foto Ansa)

Storie di primati.

“Il Codex è l’opera più antica che abbiamo restaurato al laboratorio”, spiega Riccardi. Quest’ultimo lavoro non è intervenuto su quello realizzato cento anni fa da Nestore Leoni “con operazioni invasive ma in linea con le tecniche dell’epoca”. In pratica, le miniature furono coperte di gelatina animale e le pagine spianate e pressate, diventando trasparenti e cambiando di colore. “Per fortuna, Leoni non è intervenuto sulle pagine scritte, né sulla miniatura di Matteo con Sofia, che rimangono nel loro splendore originario. Noi siamo intervenuti sulla legatura, la quinta che il Codex ha subito”. La nuova è una cucitura in canapa. Il Codex è sopravvissuto a una serie di calamità, tra cui due incendi. “Nei periodi di guerra – spiega Sebastiani – le prime cose che vengono distrutte sono biblioteche e archivi, perché senza memoria un popolo non esiste più. E’ quello che sta succedendo oggi in Medio Oriente”. Il Codex è una testimonianza preziosa, quindi.

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La presentazione del ritorno del Codex

“Se gli imbecilli che vanno sulla passerella di Christo sul lago di Iseo venissero a Rossano, si potrebbe passare con una passerella dall’imbecillità alla bellezza”, provoca Sgarbi. Satriano aggiunge che “la bellezza può diventare riscatto del territorio”. Durante l’incontro, moderato dalla giornalista Rosi Fontana, l’architetto Antonio Aprellino, ha illustrato il nuovo progetto del Museo diocesano.

Simona Negrelli

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