Incendi, non chiamiamo piromane chi li appicca

Il dramma degli incendi e il vizio linguistico come forma di rimozione collettiva. Sogniamo giustizia e immaginiamo punizioni dantesche

Che dolore vedere i terreni anneriti, gli alberi carbonizzati e scheletriti. E il fumo alzarsi, ancora e ancora. L’estate più calda e quella più violenta. Perché di violenza si tratta. Gli incendi appiccati in tutt’Italia hanno raggiunto il proprio acme in Calabria, nella provincia di Cosenza in particolare, che continua a bruciare. Chi li ha accesi ha ucciso persone, animali, boschi, ha terrorizzato chi si trovava nelle abitazioni lambite dalle fiamme, mentre agli altri non restava che masticare rabbia e sentirsi impotente. Come me. La mia, di rabbia, è anche per quella scivolosa rimozione collettiva che porta a definire piromani questi criminali. Un vizio linguistico di molti colleghi giornalisti. Come se, puntualmente, ogni estate, un esercito di matti e repressi desse sfogo alle proprie ossessioni.

incendi

Canadair in azione in Calabria (foto Massimiliano Palumbo – Technostorie.com)

Ma di fissazione, probabilmente e nella maggior parte dei casi, c’è solo quella per il denaro. Speculazioni edilizie e commerciali le ipotesi più accreditate. Sebbene le ipotesi non bastino davvero più. Ai sognatori come me piacerebbe scoprire i nomi di chi provoca (manu propria o su commissione) gli incendi e sapere che pagheranno. Intanto fantastichiamo su terribili punizioni soprannaturali. Dante avrebbe collocato i signori del fuoco nel settimo cerchio dell’Inferno, quello destinato ai violenti. Io me li immagino correre incessantemente sulla landa infocata, un deserto di sabbia su cui piovono fiamme. È la punizione che Dante riserva ai sodomiti, i “violenti contro natura” secondo il dettame biblico. Che ognuno ami e cerchi il piacere come più gli aggrada, io nell’imbuto infernale scaglierei gli incendiari.

Simona Negrelli

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