Lavoro e altre amenità, in scena Piccola società disoccupata

Lo spettacolo di Acti – Teatri indipendenti chiude la stagione del More. E ironizza su precarietà e lavoro che non c’è

Cos’è rimasto delle lotte operaie, dell’impegno sociale, di una cultura di sinistra un tempo patrimonio comune e condiviso? Forse solo la nostalgia da parte dei vecchi e un certo fastidio da parte di chi, quotidianamente, fa i conti con un mondo del lavoro profondamente mutato ed ingiusto. Nello spettacolo Piccola società disoccupata, della compagnia Acti – Teatri indipendenti, ci trovi il conflitto generazionale insieme a un senso di smarrimento e solitudine, continuamente drammatizzati e sdrammatizzati, attraverso gli strumenti dell’ironia e del paradosso. La risata c’è ma lascia l’amaro in bocca.

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Lavoro senza regole

Lo spettacolo, che ha chiuso la stagione del More, organizzata da Scena Verticale al teatro Morelli di Cosenza, è suddiviso in una serie di quadri, che mettono in scena la quotidiana lotta per trovare o conservare un lavoro, in cui ci si barcamena tra servilismo e scorrettezze. Perché quando il lavoro manca e le tutele saltano, non ha più senso rispettare le regole. Quindi adulare e sedurre il capo, o accettarne le avances fanno parte di un gioco al massacro in cui a perdere sono tutti.

Il nuovo mondo

Non si perde solo la dignità, anche la memoria. Come nelle scene in cui il vecchio militante comunista rievoca i comizi di Berlinguer, La classe operaia va in Paradiso, le feste dell’Unità, ma quando si tratta di enunciare i principi del marxismo riesce a stento a farfugliare. Perché di quel mondo non è rimasto nulla, a parte la sensazione di fallimento. Nel nuovo mondo si naviga a vista, si procede per assenze: del lavoro, di punti di riferimento, di un patto sociale. Mentre i veri dipendenti sono quelli che assumono regolarmente tranquillanti.

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Il lavoro come feticcio

In questa assoluta incapacità di fronteggiare la terza rivoluzione industriale, il lavoro diventa quasi un feticcio. Esilarante la scena in cui due disoccupati si eccitano parlando di performance e prestazioni. Il testo di Remi De Vos è arguto ed è sostenuto da una regia asciutta (Beppe Rosso) e da una scenografia essenziale in cui sono le sedie (prese di volta in volta da una catasta sullo sfondo, che dà l’idea della bottega chiusa) a definire visivamente ogni nuova scena. Le sedie cambiano continuamente posto, metafora di un lavoro instabile e precario. In scena lo stesso regista, insieme a Ture Magro e Barbara Mazzi. Quest’ultima spicca su tutti per intensità ed espressività. Lo spettacolo è godibile, anche se nel finale pecca di prolissità.

Simona Negrelli

(foto di Angelo Maggio)

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