Nico, 1988: come uccidere due miti contemporanei

Il film di Nicchiarelli è intenso e dirompente. Il rock come scelta di vita prima che artistica. E bellezza e giovinezza diventano di troppo

Nico era il rock, non lo suonava e basta. La fama, la droga, il sesso promiscuo, un figlio trascurato e ritrovato troppo tardi. Una vita di eccessi, una vita sbagliata. “Sono stata al top e ho toccato il fondo, in entrambi i luoghi c’è il vuoto”. Lo dice la strepitosa Trine Dyrholm, l’attrice che interpreta Nico nel film di Susanna Nicchiarelli. In questa frase leggi l’anima inquieta e vedi una parabola, per molti discendente ma non per tutti. Per la regista di “Nico, 1988”, ad esempio, è la seconda fase della sua vita quella più interessante. “Dopo l’esperienza coi Velvet Underground comincia a scrivere la sua musica, si riappropria della sua identità”, spiega durante l’incontro col pubblico del cinema Modernissimo di Cosenza.

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Una scena del film

Nessuna nostalgia

“Sono brutta?”, chiede a un certo punto Nico-Trine al suo manager. “Sì, sei orribile”. “Meglio così, quando ero bella non ero felice”. La bellezza diventa così un inutile orpello di cui sbarazzarsi, quasi un ingombro. Meglio puntare sull’ironia. “Nico a 40 anni non cerca di somigliare alla Nico dei 25, non è nostalgica del passato. – continua Nicchiarelli – Non ha il mito della giovinezza come unico periodo felice della vita. Lei è molto più felice dopo. Il cliché avrebbe voluto che avesse continuato a cantare le canzoni dei Velvet, anche perché tutti continuavano ad amarla per questo. Lei invece rivendica fortemente il suo presente”.

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Susanna Nicchiarelli (a destra) intervistata da Raffaella Salamina

Una nuova Nico

In questo film biografico, con uno stile a metà tra documentario e film musicale, l’ex modella, l’ex femme fatale, l’ex icona della New York più glam, è ormai diventata la rocker sformata ed eroinomane che suona nelle piazze semi deserte della provincia italiana o tiene concerti clandestini nella Praga dell’oppressione socialista. Nico gira l’Europa su un furgoncino scassato, tenendo a bada alla meno peggio le crisi d’astinenza. Si porta dietro un registratore per catturare i suoni elettrici della vita quotidiana, da inserire poi nei suoi brani. Tenta di ricucire un rapporto col figlio, tormentato da istinti suicidi.

Come una tv anni 80

La fotografia è spesso livida e cupa, le inquadrature sono strette sui personaggi, come a volerli pedinare. Anche perché la regista di Nico, 1988 utilizza il formato quadrato della televisione predigitale. “Volevo realizzare un’immagine che fosse anni Ottanta, che avesse anche la bruttezza del Vhs, del formato quadrato della televisione di quegli anni. E poi perché mi piacciono le cose che spiazzano”. Il film spiazza anche perché restituisce la storia poco conosciuta di un personaggio complesso ed è frutto di un accurato lavoro documentario, con qualche libertà narrativa qua e là. “Sembra che le storie delle donne siano sempre meno interessanti di quelle degli uomini, o che comunque siano interessanti fino a una certa età delle donne, dopodiché è come se scomparissero”.

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Un’altra scena del film

Il passato è morto

Una scelta dichiaratamente contro tendenza quella di concentrare il racconto negli ultimi due anni della vita della cantante. Due anni intensissimi in cui il passato è un vago ricordo. Lo si vede da come alcune immagini di repertorio di Nico coi Velvet appaino come un fugace balenìo, come in un sogno. Per lo stesso motivo la regista ha scelto un’attrice che fisicamente non somiglia per niente a Nico e che ricanta le canzoni della rockstar, riarrangiate dalla band torinese Gatto ciliegia contro il grande freddo. “Non volevo schiacciarmi sul passato, volevo mantenere una certa autonomia”, spiega Nicchiarelli. Il film, premiato nella sezione Orizzonti del festival di Venezia, è intenso, diretto come un pugno nello stomaco, dirompente. In un sol colpo fa piazza pulita di due miti, quello della bellezza e quello della giovinezza. Davvero rock.

Simona Negrelli

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