Paolini: “Serve una rivoluzione tascabile, dobbiamo disobbedire”

Marco Paolini racconta il rapporto con la tecnologia in una conferenza-monologo al Teatro Auditorium dell’Unical

Dice che dovremmo compiere azioni di disobbedienza civile, che dovremmo tornare a mescolarci, a formare gruppi eterogenei e trovarci in luoghi reali per fare cose concrete. Lo dice uno come Marco Paolini che ha lavorato spesso e volentieri in solitaria, così facendo anche autocritica. Del resto, ce ne vorrebbe davvero tanta per mettere in pratica le azioni di resistenza proposte dall’attore e narratore sul palco del Teatro Auditorium dell’Università della Calabria.

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Marco Paolini al Tau

Il ritardo della cultura sulla tecnologia

Resistenza alle invadenze della tecnologia e, soprattutto, alla sua velocità talmente incontrollabile da renderci costantemente in ritardo. Noi e la nostra storia, la nostra cultura. E se l’isolamento appare come l’effetto collaterale di una dipendenza da schermo, l’idea di un gruppo di persone che, pur pensandola in modo diverso, si ritrovano faccia a faccia per agire insieme, appare davvero rivoluzionaria. Almeno ai giorni nostri, in cui l’appartenenza a un gruppo assomiglia più all’iscrizione a un club esclusivo in cui la diversità deve restare fuori la porta. Simile all’affiliazione a un clan in cui il pensiero divergente è severamente vietato, all’ammissione a una setta di fondamentalisti in cui l’autocritica è inconcepibile e le opinioni avverse sono suscettibili di derisioni e insulti, se non di punizioni.

Tecno-Filò

Eppure varrebbe la pena di fare uno sforzo. Se non altro per colmare quel ritardo della cultura sulla tecnologia che Paolini vuole raccontare nella sua lezione-monologo dal titolo evocativo: “Tecno-Filò. Technology and Me”. “Una volta, nelle veglie invernali si chiamavano “filò” le narrazioni degli anziani che raccontavano qualcosa di unico e prezioso”, spiega l’artista veneto nelle note di regia dello spettacolo, arrivato a conclusione di una delle tre giornate di convegno internazionale sulla figura dell’attore, organizzato dal Centro arti, musica e spettacolo dell’Unical, con la presenza di studiosi di cinema e teatro, italiani e stranieri.

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Marco Paolini nella piazza fuori dal Tau

Paolini sul filo dell’ironia

La narrazione di Paolini, diventato famoso dopo il suo racconto televisivo della tragedia del Vajont, inanella una serie di storie seguendo il filo del ragionamento e quello dell’ironia. A cominciare dal mea culpa di Evan Williams, co-fondatore di Twitter, dopo la vittoria di Trump, agevolata dai suoi forsennati cinguettii. Internet non funziona, ha dichiarato il manager in un’intervista al New York Times, perché il diritto di pubblicare concesso a tutti non crea più partecipazione ma solo più ignoranza. In questo caos di informazioni spesso false, in questa mole schiacciante di dati, per Paolini il racconto orale ha ancora una sua straordinaria potenza. Insieme alla fisicità dell’incontro. “La rete serve ma è fondamentale avere un luogo fisico in cui trovarsi e il teatro potrebbe essere questo luogo”. Come fisica è stata la prima rete in assoluto, quella ferroviaria, la cui sicurezza ormai è affidata a internet.

Macchinisti, hacker e blog collettivi

A rafforzare il parallelismo tre le due reti, Paolini paragona il macchinista a un hacker, a un pirata informatico, almeno nel significato originario di “colui che migliora la rete”. “Il macchinista è un hacker che cerca di forzare le regole della rete per ottenere il miglior risultato per il suo treno e i suoi passeggeri”. A proposito di reti, c’è anche la storia di Safecast, blog collettivo che raccoglie informazioni sulla radioattività nel mondo, quelle che i governi non vogliono dare. Insomma, per evitare di ridurci a semplici cavie della tecnologia, serve “una rivoluzione tascabile, come piccole azioni di disobbedienza civile”, servono gli hacker e, soprattutto, bisogna formare “gruppi di intelligenze plurali”. Fosse facile.

Simona Negrelli

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