Con Pueblo, Celestini ricrea le vite degli invisibili

L’attore e regista racconta in Pueblo storie di marginalità, a cui l’immaginazione restituisce una bellezza feroce e lieve

Vite contenute tra un supermercato, un parcheggio e un magazzino. Vite ai margini, su cui di solito lo sguardo si posa distrattamente, magari con fastidio, spesso con noncuranza. Le guardiamo, ma non le pensiamo. Per quello occorre uno sforzo di immaginazione, ci vuole un poeta. Altrimenti si è solo guardoni. Da questo scarto, da questo punto di vista, parte il racconto di Ascanio Celestini, che con Pueblo restituisce dignità umana a chi, per molti, non ne ha.

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Un Pueblo al limite

Lo spettacolo (andato in scena in esclusiva regionale al teatro Italia di Cosenza, per il Progetto More di Scena Verticale) intreccia storie accomunate dai luoghi in cui si muovono, raccontate (e immaginate) a partire da uno sguardo rubato da una finestra. E quello sguardo e quell’immaginazione ricreano, in qualche modo, quelle vite, rendendole nuove. Allora Valentina, la cassiera del supermercato, diventa una regina sul trono, una regina mezzobusto, senza gambe. Domenica, la barbona che vive in un container, ha un amore vero, che le altre donne se lo sognano. Lui si chiama Said e la tratta come un bicchiere di cristallo su un vassoio d’argento. Lui che lavora al magazzino e tenta la fortuna alla slot di Josephine Baker, lui che è africano e viene rispedito in Africa appena perde il lavoro. Africano come i tanti migranti che non ce la fanno, che diventano statistiche, pezzi di carne. Sono loro il Pueblo che agisce sul labile confine tra la vita e la morte.

I ruoli sono capovolti

Celestini racconta storie piene di dolore ma con una leggerezza che riesci a riderne. Perché è la vita stessa a farsi beffe di noi quando la prendiamo troppo sul serio. In questo capovolgimento di ruoli operato da Pueblo, gli invisibili diventano protagonisti e quelli che dovrebbero prendersi cura degli altri sono in qualche modo degli aguzzini: genitori, suore, medici. In una girandola di amene brutalità e di bellezze minute, umili, silenti. Proprio come Dio, rinchiuso dalle suore in cantina.

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Un teatro parlato

Celestini racconta tutto questo come sa fare lui, essendo se stesso, parlando e parlando. “Quando preparo uno spettacolo, mi chiudo nel mio studio e parlo per ore”, racconterà poi nell’incontro col pubblico curato da Carlo Fanelli, docente dell’Università della Calabria. Niente di scritto, tutto improvvisato. Sul palco, insieme a lui, c’è Gianluca Casadei (autore delle musiche originali) che lo accompagna con la fisarmonica, mentre una voce fuori campo interloquisce col narratore. La struttura, circolare, è la stessa di Laika, prima parte di una trilogia di cui Pueblo è la seconda (“ma forse mi fermo a due”).

Il viaggio dell’anima

Celestini conferma la sua capacità di reinventare le storie che raccoglie, pervadendole di umanità, ironia e bellezza, di illuminare i recessi più nascosti delle nostre vite, sempre più cupe, sempre più ingiuste. In questo è essenzialmente un poeta, come già era stato in Pecora nera e Radio clandestina e Pueblo è più di un racconto, è un viaggio dell’anima.

Simona Negrelli

(Le foto sono di Angelo Maggio)

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