Scannasurice, divertente e disperato canto della solitudine

Al Teatro Auditorium dell’Unical è andato in scena l’intenso monologo di Moscato, con una straordinaria Imma Villa

Ci può essere un sublime degrado, una disperazione divertita, una volgarità poetica. Ci può essere in Scannasurice, intenso monologo di Enzo Moscato, riportato in scena da Carlo Cerciello e interpretato da una straordinaria Imma Villa. Intenso e tutto giocato sull’ambiguità, sul paradosso. A cominciare dal protagonista, un femminiello dall’identità sessuale incerta, che pare muoversi sempre su una linea di confine tra il bello e il brutto, la vita e la morte, la commedia e la tragedia.

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Macerie fisiche e umane

Vive in un edificio sventrato dal terremoto, simile a dei loculi ancora da riempire, che condivide coi topi, i “surici”, “un popolo che non ha mai avuto una bandiera”, eppure “solidale”. La scenografia (di Roberto Crea) disegna uno scenario quasi apocalittico, dominato da macerie e sporcizia (il testo fu scritto nel 1982, dopo il terremoto dell’80) e, anche visivamente, marca la distanza dalla tradizione teatrale napoletana. Non ci sono più gli interni domestici del teatro eduardiano e la disgregazione operata dal terremoto non è solo fisica, ma proprio esistenziale. Una disgregazione che non è solo di Napoli e che ancora perdura, rendendo Scannasurice sempre attuale.

I fantasmi di Scannasurice

La forza è innanzitutto nel linguaggio, un napoletano che non lesina concessioni all’inventiva pur restando superbamente musicale. L’interpretazione equilibrata, priva di sbavature, di Imma Villa, la sua assoluta padronanza di corpo e voce, fanno il resto e restituiscono racconti a metà tra realtà e invenzione, come sono quelli propri delle leggende metropolitane partenopee. Così, lo spazio del palcoscenico (gli spettatori sono fatti accomodare lì) del Teatro Auditorium dell’Unical si popola di fantasmi, di miti e di oggetti di una tradizione sbiadita, dalla bella ‘mbriana ai munacielli ai tarocchi, appesi a un filo come panni stesi ad asciugare.

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Madonne a confronto

Tra un racconto e un altro appare, come in un’edicola votiva, circondata di luci, una madonna. Ma, anche in questo caso, la distanza dalla tradizione è netta. Questa madonna non rappresenta il conforto e la salvezza della fede, come ad esempio in Filumena Marturano. Anche il femminiello di Moscato fa la vita, ha il suo “bisinisse” notturno, come fece in gioventù il famoso personaggio eduardiano, ma la madonna di Scannasurice (in realtà un’invenzione scenica del regista più che un’indicazione testuale) non ha niente di edificante, dispensa semmai consigli sull’utilizzo del curaro, veleno potentissimo da distillare nell’acqua pubblica, perché “siamo troppi”.

Un perfetto equilibrio

Scannasurice (prodotto da Elledieffe, Teatro Elicantropo/Anonima Romanzi) è un gioiellino, capace di tenere in perfetto equilibrio dramma e commedia, grottesco e lirismo. C’è anche spazio per la delicatezza dei sentimenti, come quelli per lo studente vicino di stamberga. Sentimenti impossibili eppure ostinati. Niente però scalfisce questo canto della solitudine, questa elegia dell’abbandono, che all’assenza di speranza sopperisce con un’alzata di spalle. E una risata.

Simona Negrelli

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