Scena Verticale e l’inferno dell’Alzheimer

Fino a che punto una malattia neurodegenerativa può sconvolgere la vita di una persona e dei suoi familiari? Difficile averne una percezione esatta dall’esterno o da un racconto indiretto. “Il Vangelo secondo Antonio” di Scena Verticale apre uno squarcio sulla quotidianità di un prete colto da Alzheimer, sulla sua esistenza inconsapevolmente devastata e quella profondamente ferita dei suoi congiunti.

Scena Verticale

Una scena dello spettacolo (foto di Angelo Maggio)

Lo spettacolo è andato in scena in prima nazionale a Castrovillari (Cs), al festival Primavera dei teatri, dedicato ai nuovi linguaggi della scena contemporanea e diretto dalla stessa compagnia. Dario De Luca, che ne è drammaturgo, regista e protagonista, si è ispirato a un fatto realmente accaduto al parroco di Bivongi (Rc), colpito dalla stessa malattia, divenuta manifesta alla comunità in un giorno di messa, durante la celebrazione della comunione, quando il sacerdote iniziò a ingurgitare le ostie invece di offrirle come sacramento ai fedeli. Un gesto destabilizzante, involontariamente comico e anche struggente. Ed è su questo registro che si mantiene lo spettacolo, coprodotto da Scena Verticale, Primavera dei teatri e Festival Città delle 100 Scale e giocato tra comicità lieve e vago patetismo, tra religiosità e inconscio.

Dimenticare tutto è un po’ come tornare bambini, con quel misto di meraviglia di fronte a ciò che non si conosce e bisogno di essere accuditi. Regredisce all’infanzia Don Antonio, in modo tanto più straziante quanto più si confrontano gli effetti della patologia con la prima apparizione del personaggio, inizialmente attivo e brillante. Un prete di trincea in prima linea nell’accoglienza di migranti sopravvissuti a odissee marine e nel riuso dei beni sequestrati alla ‘ndrangheta.

De Luca riversa nel testo anche il proprio impegno sociale e civile. Da anni, infatti, al lavoro artistico affianca quello di laboratorio, con cui coinvolge anche i disabili. Lo si vede nel dialogo telefonico tra il prete e il vescovo, in cui il secondo comunica al primo il disappunto del sindaco del paese per i nuovi arrivi di africani e il timore per il minacciato “decoro” del luogo (“Eccellenza, non si faccia influenzare da pressioni politiche meschine”). O nel diverbio tra il protagonista, nella fase iniziale del morbo, e la scorbutica sorella-perpetua, interpretata da una bravissima Matilde Piana. È lei ad accudirlo e a somministrargli quotidianamente, nonostante la riluttanza di lui, una quantità considerevole di farmaci. Che “rallentano solamente una malattia incurabile, un accanimento terapeutico”. Mentre, paradossalmente, la patologia permette a Don Antonio un rapporto più autentico e spontaneo con Cristo, staccato dalla croce, portato in braccio come fosse un figlio o una bambola o una croce stessa. Le arguzie disseminate qua e là, poi, alleggeriscono il testo e innescano una sorta di umorismo tragico.

Scena Verticale

Dario De Luca (foto di Angelo Maggio)

Sul palco, il terzo attore è un giovane e promettente Davide Fasano, nei panni del segretario del parroco. I tre si muovono all’interno di una scenografia (ideata da Aldo Zucco e realizzata da Gianluca Salomone) che sembra un trittico, a simboleggiare la trinità, in cui al centro sta un confessionale che funge anche da tabernacolo e altare, con in cima il crocifisso (realizzato da Sergio Gambino) e, ai lati, una poltrona e una scrivania, mentre le musiche originali sono di Gianfranco De Franco e i costumi di Rita Zangari. A volte, i personaggi danno vita a suggestive e solenni composizioni figurative, che ricordano le opere di Michelangelo.

Questo di Scena Verticale è uno spettacolo (assistente alla messinscena è Maria Irene Fulco) ben costruito, in cui ognuno esprime il proprio talento, ma dall’impostazione classica, che sembra rifarsi alla tradizione del teatro popolare, dalla comicità amara e incline alla denuncia sociale, come quello di Eduardo De Filippo.

Simona Negrelli

2 pensieri su “Scena Verticale e l’inferno dell’Alzheimer

  1. Grande testo e grande interpretazione di tutt’e tre gli attori. Toccante, commovente e straordinariamente reale!
    Geniale la citazione del Vaticano II che mette in risalto la missione del sacerdote coinvolto in “prima linea” per gli “ultimi”: prospettiva corretta del presbitero in mezzo al popolo e la citazione del documento Lumen Gentium “Santi imitatori di Cristo”.
    In ogni scena si evince rispetto della Teologia e attenzione alla Liturgia. Don Antonio vuole Gesù con sé, non lo rifiuta mai, ne conferma la sua fede e il suo attaccamento morboso e passionale, quasi che, inconsciamente, capisca che solo Lui possa essere di conforto nella malattia. Gesù, rimane il suo amico di sempre e il solo che possa confortarlo e di cui possa prendersi cura. Gesù è vivo dentro don Antonio, durante lo svuotamento della sua mente, nella sofferenza e nell’incapacità di svolgere la vita di sempre.
    La luce della fede, s’intravede persino durante gli effetti devastanti della malattia, l’affetto e le attenzioni della sorella rendono don Antonio tranquillo e dolce, con uno sguardo disarmante … fino alla toccante scena del lenzuolo sul Cristo. Dario ha interpretato in modo impeccabile l’evoluzione della terribile malattia e sembra, lui stesso, veramente sacerdote, con una profonda sensibilità religiosa; Matilde fa comprendere bene il cambiamento della sorella che da isterica e irruenta diventa amorevole abbandonando ogni resistenza alla malattia del fratello, diventando esempio di vita cristiana per il neo sacerdote; infine Davide da Diacono a Vicario, impettito e costruito, come spesso avviene tra i giovani sacerdoti, comprende che ormai le frasi “con costrutto teologico” non hanno più valore davanti alla sofferenza di don Antonio e della sorella. Il suo grande affetto verso don Antonio diventa un trasporto irrazionale anche per lui, regalandogli il lenzuolo. SONO ONORATA DI AVER PARTECIPATO ALLA PRIMA DI QUESTA GRANDE OPERA!

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