The Post, lezione su coraggio e qualità. Con tanta nostalgia

Il film di Spielberg racconta lo scoop del Washington Post e la relativa battaglia sulla libertà di stampa. Ma è anche la storia di una donna di potere

Chi ha bazzicato le redazioni dei quotidiani cartacei non può non provare un’irresistibile nostalgia guardando The Post. Una nostalgia voluta, cercata, perché il film di Spielberg indugia molto sulle fasi del processo produttivo, almeno di quello tipico degli anni Sessanta. Allora i pezzi si scrivevano con la macchina per scrivere, i fogli si mettevano in un tubo collegato con la rotativa, la composizione delle pagine avveniva coi pezzi di piombo. Roba che oggi sembra lontanissima anni luce.

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Tom Hanks e Maryl Streep

Nostalgia canaglia

Eppure, anche chi, come me, ha lavorato in redazione nei primi anni 2000, quando il processo era già informatizzato, continua a subire il fascino della carta stampata, di quel giornale che esce dalla rotativa di notte, caldo caldo. Non solo perché toccare con mano il prodotto del proprio lavoro (o di quello altrui) dà molta soddisfazione. Ma soprattutto perché il giornale cartaceo rappresenta una sorta di feticcio di un’epoca passata, in cui quell’oggetto godeva di un’autorevolezza e un’influenza oggi (almeno in parte) tramontate.

Lo scoop del Post

I ripetuti dettagli girati da Spielberg su tasti, caratteri, nastri e così via hanno perciò un intento quasi celebrativo di un mestiere che ebbe la capacità di lasciare un segno profondo nella società. Gli eventi raccontati da The post ne sono la prova. Il New York Times entra in possesso dei documenti che dimostrano come ben quattro presidenti Usa avessero mentito sulla guerra in Vietnam, una guerra che già sapevano di dover perdere. Pubblicano lo scoop ma la corte suprema mette ai giornalisti il bavaglio per aver diffuso un segreto militare. Il Washington Post riceve quegli stessi documenti e pubblica un nuovo scoop, assestando un primo colpo all’amministrazione Nixon. La tensione che si respira in redazione, l’adrenalina della caccia alla notizia si fondono in una comune battaglia dei giornali Usa per la libertà di stampa. Il principio supremo cui sacrificare la concorrenza per far posto alla solidarietà.

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L’importanza della qualità

All’interno della storia generale si inseriscono le storie personali dei due protagonisti, il direttore e l’editrice del Post, interpretati in modo impeccabile da Tom Hanks e Maryl Streep. Le amicizie politiche non impediscono loro di trovare il coraggio di violare la legge e pubblicare la notizia. Graham (Streep), che come donna di potere è una mosca bianca, deve anche superare le diffidenze degli investitori. Eppure, il valore del suo personaggio non è tanto quello di genere, è semmai l’ostinazione con cui difende il principio che lega la qualità al profitto, nonostante la crisi del giornale suggerisca semplicisticamente di operare dei tagli al personale. Ecco, questa è forse la vera lezione del film: la crisi economica si supera solo difendendo la qualità. Una lezione che dovrebbero imparare non solo gli editori ma anche tutti gli imprenditori contemporanei.

Era la stampa, bellezza

Al di là del messaggio, The Post è un film godibilissimo, ben scritto e girato con maestria. Tanto che gli si può perdonare la mitizzazione del giornalismo dell’epoca. Anzi, quell’inquadratura che indugia sui fogli di giornale che svolazzano nel vento sembra quasi una dichiarazione di intenti. Del resto, i giornalisti erano già stati eroi in L’ultima minaccia o Tutti gli uomini del presidente. The Post (che tra l’altro si chiude proprio con un accenno allo scandalo Watergate) si inserisce nello stesso filone. Era la stampa, bellezza.

Simona Negrelli

 

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