Titane, film spudorato che muta con noi

Tra sesso e violenza, Ducournau racconta metamorfosi e amore

O lo ami o lo odi, mi avevano detto, e così sono andata a vedere Titane con un mucchio di aspettative, cadendo nel tranello di quella specie di manicheismo, di tendenza sui social, che annulla sfumature e promette emozioni nette. Odi et amo, semmai. Il film scritto e diretto da Julia Ducournau, è vero, è estremo, ma quando sono uscita dalla sala ero solo delusa. Sul rapporto tra umani e macchine, su compenetrazione tra carne e tecnologia, Cronenberg aveva già detto tutto e meglio tra gli anni 80 e 90 (vedi Videodrome, Crash). Un amplesso con un fuoristrada, con conseguente gravidanza, non aggiunge nulla di nuovo, pensavo, sembrandomi la cosa nient’altro che una trovata furba.

Una scena del film

Il potere del tempo

Ma poi… Mai sottovalutare il potere del tempo che passa e restituisce chiarezza alle cose, permettendo all’esperienza vissuta di sedimentare e acquistare un nuovo senso. Fatto sta che non ho smesso di pensare al film che ha vinto la Palma d’oro a Cannes 2021. E quella delusione iniziale si è trasformata in rispetto. Insediarsi nella mente di qualcuno e restarci è, forse, tra le più grandi ambizioni umane e Titane, con me, c’è davvero riuscito. Un po’ come quella placca di titanio (da cui il titolo del film) che viene inserita nel cranio della protagonista, ancora bambina, dopo un incidente stradale, cambiandone per sempre corpo e vita.

Del senso di estraneità

Alexia (l’androgina Agathe Rousselle) sviluppa un’attrazione morbosa verso i metalli ma anche un senso di estraneità verso gli umani. Il parallelismo col cinema del regista canadese è inevitabile, ma sotto la superficie della trama che dipana il rapporto tra umani e macchine si cela altro. È il dolore di non appartenere, generato dal sentirsi costantemente intrusi, anche all’interno della famiglia d’origine. E famiglia, nel senso più contemporaneo del termine, è quella d’elezione, fosse pure un comandante dei pompieri disperato che si fa di steroidi (il bravissimo Vincent Lindon) o una Cadillac. Il processo selettivo è anche identitario, implica un riconoscersi nell’altro. Ci vuole tempo, consapevolezza. E magari la fortuna di incontrare qualcuno con un disturbo mentale compatibile col proprio.

Titane, storia di formazione

Titane è, anche, una storia di formazione. La violenza iniziale fa parte del processo di crescita di Alexia, anche se la regista ha dichiarato in un’intervista ad Artribune di aver costruito il personaggio di una donna aggressiva per sovvertire l’immaginario comune che la vuole vittima. Ma un personaggio, una volta creato, trascende le intenzioni del proprio autore, rinasce ogni volta sotto lo sguardo interpretativo dello spettatore. Un po’ come i sei personaggi di Pirandello che “vivevano d’una vita che era la loro propria e non più mia”. La protagonista di Titane distrugge tutti quelli che non riconosce come propri simili, per poi arrivare ad una nuova esistenza in cui è finalmente capace di amare, di dare la vita.

Un’opera ibrida

Definire la seconda opera di Ducournau è impresa ardua. La regista mescola generi (horror, fantascienza, thriller, dramma) e stili (dall’estetica “techno-rock-pop new pangender”, come recita il comunicato ufficiale del film, al grottesco), con una fotografia cupa e allucinata (firmata da Ruben Impens) e inquadrature che pedinano i protagonisti, ne scrutano ferite, cicatrici, metamorfosi. E una metamorfosi è avvenuta anche nel mio giudizio di spettatrice. Superata la delusione iniziale, passando per il rispetto, sono approdata all’ammirazione: per un’opera spudorata e ibrida che non smette di farsi pensare.

Gloria e vita alla nuova carne“.

Cronenberg, Videodrome

“L’estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi”

Ovidio, Metamorfosi

Simona Negrelli

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