Violenza sulle donne, sottoculture e quella “sensazione di impunità”

Dopo gli stupri di Rimini, strumentalizzati dall’odio razziale, facciamo il punto sulla lotta alla violenza sulle donne in Italia. Focus sulla Calabria a un anno dai fatti di Melito

A chi importa delle vittime?  La feroce violenza di Rimini, che ha suscitato tanto clamore solo per il colore della pelle di chi li ha commessi, ha fatto passare in secondo piano la ragazza polacca, il suo amico e la trans peruviana. Oscurati dalla valanga di odio razziale (di cui si sono resi responsabili anche esponenti leghisti) che si è riversata sui social network contro gli immigrati, travolgendo anche donne del Pd e giornaliste che scrivono di integrazione. Perché lo stupro fa indignare quando lo commette il “negro invasore” ma è normale augurarlo alle donne con una visione politica differente dalla propria.

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Slogan per la Giornata mondiale contra la violenza sulle donne

L’aguzzino dentro casa

E per quanto l’incidenza degli stranieri nei reati di stupro sia realtà (quattro casi su dieci, fonte Repubblica), i restanti sono italiani che spesso abusano delle donne all’interno delle mura domestiche. Nella maggior parte dei casi, infatti, l’aguzzino con marchio tricolore è un marito, un fidanzato, un ex, un parente, un amico. Secondo i dati Istat del 2015, il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Ma le violenze sulle donne, ahinoi, sono fenomeni molto complessi, oltre che molto diffusi. Sono 6 milioni 788 mila le donne che hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Ma poi ci sono le violenze psicologiche e quelle economiche.

Lo Stato dov’è?

Ma, al di là della nazionalità dell’uomo violento e delle diverse declinazioni della violenza, resta fondamentale la presenza dello Stato. Nel 2017 sono in calo le denunce. Sfiducia? Nell’ultimo rapporto sull’Italia, datato ottobre 2015, l’Onu ha bacchettato lo Stivale: le leggi di contrasto alla violenza sulle donne sono adeguate ma spesso non vengono applicate. Nel marzo di quest’anno la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per non aver protetto una donna e suo figlio dal marito violento. Si tratta di Elisaveta Talpis che, dopo un anno di denunce inascoltate per maltrattamenti, è stata accoltellata. Lei si è salvata, il figlio diciannovenne, che per difenderla si è frapposto fra lei e il coltello impugnato dal padre, è morto. Il governo italiano ha impugnato la sentenza. “Il fatto che il governo abbia impugnato la sentenza è molto grave, perché tende a dare una sensazione di impunità – dice Titti Carrano, l’avvocata che, insieme a un altro collega, ha scritto il ricorso della Talpis alla Corte di Strasburgo – Da un lato dice ‘agiremo’, dall’altro non si assume le proprie responsabilità”.

Poca formazione nei tribunali

Ma perché le leggi spesso non vengono applicate? “Spesso nei tribunali c’è un problema di specializzazione e formazione. La violenza non viene riconosciuta perché viene confusa col conflitto di coppia”, spiega ancora Carrano, anche presidente dell’associazione nazionale D.i.Re, Donne in rete contro la violenza, che riunisce 81 centri antiviolenza in tutt’Italia. “Il Csm (Consiglio superiore della magistratura) organizza dei corsi di formazione ma sono ancora pochi. Ci vorrebbero sezioni specializzate all’interno dei tribunali e bisognerebbe utilizzare altri strumenti oltre quello penalistico”.

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Titti Carrano

Il nuovo piano del governo

E poi c’è un problema di maschilismo diffuso, che giustifica l’uso della violenza. Il governo è attualmente al lavoro sul Quadro strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne 2017-2020. Nel documento preliminare si punta molto sulla prevenzione e sulla formazione, come prescritto dalla Convenzione di Istanbul, che l’Italia ha ratificato. La formazione, in particolare, dovrà riguardare operatori del settore pubblico e del privato sociale, docenti, medici, forze di polizia, chi lavora coi migranti, le autorità giudiziarie. L’obiettivo è quello di “combattere le radici della cultura della violenza, eradicando discriminazioni, stereotipi, minimizzazioni e giustificazionismi legati ai ruoli di genere e al sessismo, ossia i fattori che producono le condizioni contestuali favorevoli alla perpetuazione della violenza maschile contro le donne”.

La violenza di Melito

Minimizzazioni e giustificazioni. Come quelle che si abbatterono come ulteriore violenza sulla povera ragazzina di Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, stuprata per anni e ripetutamente da un branco di italianissimi giovani, ma allora nessuno si indignò. Anzi. Tra gli abitanti del paese ci fu chi disse che la ragazza (ma all’epoca dei fatti aveva tredici anni, praticamente una bambina) “se l’era andata a cercare”, visto come si vestiva. Il prete del posto disse che non era un fatto isolato, c’erano “altri casi di prostituzione”. Un altro parroco disse che “erano tutti vittime”, anche gli stupratori. Erano in nove. Di questi, uno è il figlio di un boss, un altro il fratello di un poliziotto (cioè quello che la ragazzina credeva il suo fidanzato) e un altro il figlio di un maresciallo dell’esercito.

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Fiaccolata dopo gli stupri a Melito Porto Salvo

Le promesse del governatore

Dopo l’arresto degli stupratori, ci fu una manifestazione nazionale a Reggio e il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, promise grande impegno nella lotta alla violenza sulle donne. Era l’anno scorso e i centri antiviolenza della regione ancora avanzavano due anni di finanziamenti erogati dal dipartimento Pari opportunità e versati alle casse regionali. Si parla di poco più di 435.000 euro, da dividere tra otto centri (nel frattempo un centro gestito dall’arcidiocesi di Reggio ha chiuso) e due case rifugio.

Un anno dopo in Calabria

Com’è ora la situazione? “Quei soldi ancora non li abbiamo visti, anche se la Regione sostiene di averli distribuiti”, dice Antonella Veltri, responsabile comunicazione del Centro antiviolenza Roberta Lanzino di Cosenza. Nel frattempo, è stata rifinanziata la legge regionale 80, per il contrasto alla violenza sulle donne. Ma delle dieci strutture, riconosciute dal Dipartimento Pari opportunità del ministero e dalla stessa Regione per l’assegnazione dei fondi della legge 119 del 2013, solo due hanno vinto il bando. Le escluse hanno presentato ricorso e la Regione ha comunicato la riammissione, ma ancora non è stata pubblicata la nuova graduatoria. Insomma, sulla carta tutto bene. Ora servono i fatti.

Simona Negrelli

 

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