Lo spettacolo totale di Waters, senza tempo e resistente

Al Circo Massimo di Roma l’evento multimediale ha attirato vecchi e nuovi fan, tra desiderio di infinito e voglia di restare umani

I Pink Floyd hanno dato voce e suono e immagine ai nostri peggiori incubi, alle inquietudini giovanili, al senso di estraniazione, allo spettro della follia, a quelle assenze che pesano più delle presenze. Regalandoci, in qualche modo, anche un senso d’appartenenza. Amare i Pink Floyd è pure sentirsi parte di un gruppo. E Roger Waters è stato il regista di quella fase pervasiva della band inglese, che aveva abbandonato la psichedelia ormai fuori controllo di Barrett per abbracciare la “quieta disperazione” che si annida nelle case e si cela dietro l’ordinario. E che ha conquistato, nel corso degli anni, milioni di ammiratori.

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Roger Waters al Circo Massimo (dal sito di Repubblica)

Waters, un uomo ordinario

Fatto sta che è proprio questa ordinarietà schiva e misantropa dell’ex studente di architettura, aliena da pose da rock star e da eterno ragazzino, a farlo rimanere, a 74 anni suonati, autenticamente rock. Mentre il monumentale supporto scenografico, che già caratterizzò i concerti dei Floyd, permette ancora a Waters di riempire stadi e arene in tutto il mondo e di trasformare un concerto, come quello al Circo Massimo di Roma del 14 luglio (ultima tappa italiana), in un evento, un’esperienza sensoriale unica, un’opera d’arte totale. Musicale, teatrale, multimediale. Suono, video, testi, laser, luci, pupazzi gonfiabili.

Cinque generazioni unite

Niente di nuovo, diranno i detrattori. Se non quattro pezzi da solista, composti da Waters lo scorso anno, parte dell’album “Is this the life we really want?”. Ma il potere dei classici è proprio quello di essere eternamente attuali, quindi sempre nuovi. Non per nulla, le rovine del circo romano abbracciavano quasi cinque generazioni, dai venti ai settant’anni. Uniti dalla sensazione che i momenti “ticchettano via” veloci ma il tempo non passa mai. Tutti alla ricerca dell’infinito che la grande musica riesce a offrire.

Noi e loro

Noi e loro, Us and them. Non è solo il titolo di questo tour cominciato il 13 aprile a Bercellona e che si concluderà il 9 dicembre in Messico, restituisce anche un senso di comunità, in cui “loro” sono i potenti autoritari e guerrafondai. La carica anti bellica che già pervadeva molti pezzi di album celebri come The Dark side of the moon e The Wall (quelli eseguiti durante il concerto insieme ad alcuni di Animals e Wish you were here), ritorna nei recenti pezzi di Waters solista, Déjà Vu, The Last Refugee, Picture That e Smell the roses.

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Un momento dello show (dal sito dell’agenzia Dire)

L’antifascismo

Sul mega schermo prima e poi sulla costruzione che riproduce la centrale elettrica di Battersea, della copertina di Animals, appaiono le invettive ai “neo-fascisti” nel mondo, Trump in primis, attaccato e sbeffeggiato, poi Israele. Alle immagini dei videoclip di ieri e di oggi, si alternano le facce dei potenti della terra: Putin, Merkel, Macron, Orban, Berlusconi. L’enorme maiale gonfiabile che vola sulle teste degli spettatori esorta a restare umani, mentre una scritta sul grande schermo invita a resistere.

Il discorso di Waters

Waters è ancora più esplicito in chiusura del concerto, quando, sorseggiando un tè, parla al pubblico in difesa dei diritti umani e dell’ambiente, cioè di tutto ciò che è fondamentale lasciare alle future generazioni. Spettacolo magnifico e impegno politico, supportati da una band di altissimo livello. Insieme a Waters sul palco ci sono Dave Kilminster e Jonathan Wilson (che tanto ricorda David Gilmour da giovane) alle chitarre, Jon Carin alle tastiere, Jess Wolfe e Holly Laessig, delle Lucius, ai cori. Meraviglia.

Simona Negrelli

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